La correlazione tra vitamina D e magnesio

Nel corso degli anni, è stata dimostrata l’importanza della vitamina D a favore del corretto funzionamento del sistema immunitario, delle performance cognitive e della salute cardiovascolare. Non c’è da stupirsi che il suo consumo sia aumentato considerevolmente negli ultimi 10 anni Tuttavia, occorre sottolineare che, affinché la vitamina D possa svolgere correttamente la sua funzione, deve essere supportata dal magnesio. Vediamo come.

I benefici della vitamina D

La vitamina D a livelli ottimali promuove la capacità di trattenere e assorbire minerali come il fosforo e il calcio, essenziali per lo sviluppo corretto a livello osseo e dentale. Di fatto, una deficienza di vitamina D può condurre al rachitismo e all’osteoporosi.

Il modo migliore per assimilare questa vitamina nell’organismo è l’esposizione controllata ai raggi solari. Il bagno solare, sempre da effettuarsi con la protezione necessaria contro i raggi UV, favorisce la regolazione nel sangue di minerali come quelli menzionati in precedenza.

Un’altra abbondante fonte di vitamina D è costituita da una dieta alimentare che prevede prodotti lattiero-caseari, uova, salmone, sardine e fegato di manzo. Questi alimenti favoriscono la funzione immunitaria dell’organismo, oltre a ritardarne l’invecchiamento. Come mai allora la vitamina D necessita di magnesio per essere realmente efficace?

Il ruolo del magnesio nell’attivazione della vitamina D

Nel corso degli anni, i ricercatori hanno scoperto che il magnesio è un minerale essenziale per beneficiare in modo salutare della vitamina D. Effettivamente, le persone con livelli insufficienti di magnesio non sono in grado di ottenere tutti i vantaggi della vitamina D.

Il magnesio non solo contribuisce al trasporto della vitamina D nel sangue, ma attiva anche le sue proprietà. Il consumo di vitamina D, sia per esposizione solare che per via orale, non determina di fatto la sua attivazione. È necessario infatti che gli enzimi epatici e renali eseguano il loro compito prima che questa vitamina si possa attivare per assolvere alle sue funzioni vitali. Questi enzimi richiedono il magnesio per il loro corretto funzionamento. In caso contrario, la vitamina D sarà presente nell’organismo, ma in forma inattiva.

Pertanto, il magnesio aiuta ad attivare i recettori necessari alle cellule per sfruttare appieno la vitamina D. Stando agli ultimi studi in materia di longevità, questa combinazione di magnesio e vitamina D potrebbe rivelarsi salvavita, poiché riduce il rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer:

  • Diabete di tipo II.
  • Malattie cardiovascolari.
  • Depressione e demenza.
  • Disturbi del sistema muscolo-scheletrico.
  • Alcuni tipi di tumore.
  • Problematiche legate al sistema immunitario.

Integratori nutrizionali in caso di ipotiroidismo

L’ipotiroidismo, o tiroide sotto attiva, è un disturbo per il quale la funzione tiroidea non produce abbastanza ormoni affinché si svolga l’attività metabolica delle cellule. Ciò si traduce in problematiche sia fisiche che emozionali. Al fine di supportare la salute della ghiandola tiroidea sono disponibili una serie di integratori nutrizionali che è importante tenere in considerazione.

Cos’è l’ipotiroidismo e come influisce sulla salute?

Quando il tasso di conversione dell’ossigeno e delle calorie in energia non è appropriato, si verifica uno squilibrio nel tasso metabolico delle persone (ipotiroidismo). Quando la tiroide non genera sufficienti ormoni T3 e T4, il metabolismo rallenta causando effetti dannosi all’organismo, come ad esempio:

  • Affaticamento.
  • Costipazione.
  • Aumento di peso senza motivo apparente.
  • Debolezza.
  • Crampi muscolari.
  • Problemi gastrointestinali.
  • Colesterolo elevato.
  • Ipersensibilità al freddo.
  • Caduta dei capelli.
  • Secchezza cutanea.
  • Depressione.

Se l’ipotiroidismo non viene trattato in tempo, le complicazioni possono essere ancora superiori, tra cui malattie cardiovascolari, gozzo e demenza.

Integratori nutrizionali in caso di ipotiroidismo

Oltre a un trattamento medico adeguato, sono disponibili alcune sostanze nutritive che sostengono lo stato di salute della tiroide. In tal senso, gli integratori possono contribuire a far sì che la tiroide svolga la sua funzione. Quali nutrienti contribuiscono a risolvere il problema dell’ipotiroidismo?

  1. Iodio: questo nutriente è essenziale per la sintesi dell’ormone tiroideo. È stato dimostrato che bassi livelli di iodio sono associati allo sviluppo del gozzo e dell’ipotiroidismo. Alcuni sali da tavola e alghe marine sono ricchi di questo nutriente.
  2. Selenio: questo micronutriente è essenziale per garantire il funzionamento della tiroide, così come per rafforzare il sistema immunitario. Il selenio è presente nei cereali, nelle noci del Brasile e in alcuni prodotti ittici.
  3. Vitamina A: la carenza di vitamina A è associata alla disfunzione tiroidea. È presente in alimenti come il fegato, le uova, l’olio di pesce e le verdure.
  4. Zinco: parliamo di uno degli elementi essenziali il cui ruolo è indispensabile per la produzione di ormoni tiroidei. È importante assumere integratori a base di rame contemporaneamente all’assunzione di un integratore di zinco per evitare che interferiscano l’uno con l’altro.
  5. Ferro: questo elemento è importante per la crescita e lo sviluppo dell’organismo. La sua carenza non solo causa anemia, ma comporta anche problemi legati alla tiroide. Il ferro è presente in alimenti come i frutti di mare, le noci, le carni magre e le verdure.

Altri integratori alimentari che supportano la salute della tiroide che non possiamo omettere di menzionare sono: vitamine E, D e B12, estratto di Guggul, estratto di Ginseng coreano ed estratto di Curcuma.

Glutammina, l’aminoacido che rafforza l’organismo

Il nostro codice genetico impiega fino a 20 aminoacidi per costituire le proteine. Uno di questi aminoacidi è la glutammina. L’aminoacido semi-essenziale più abbondante e polivalente dell’organismo. Perché lo definiamo semi-essenziale? Perché i ricercatori sostengono che il nostro organismo non è in grado di produrre una quantità sufficiente di glutammina. Ciò implica che, in alcune situazioni cliniche specifiche, è necessario fornire un apporto extra di questo aminoacido.

Cos’è la glutammina

La glutammina è l’aminoacido più diffuso nell’organismo. Anche se è considerato un aminoacido non essenziale, poiché può essere sintetizzato dall’organismo, si possono verificare casi in cui le riserve di glutammina possono esaurirsi in seguito a:

  • Alterazioni del sistema immunitario.
  • Modifiche nella struttura e nella funzione della mucosa intestinale.
  • Modifica del tessuto linfatico.

La maggior parte degli specialisti, viste queste considerazioni, consiglia di compensare queste carenze di glutammina assumendola per via orale. La glutammina è coinvolta in numerosi processi metabolici in diversi organi e sistemi. Per queste ragioni, la glutammina è stata anche considerata l’aminoacido più versatile nella fisiologia umana. Da qui la sua importanza come nutriente. L’esercizio estremo o lo stress derivante da interventi chirurgici, così come la somministrazione di corticosteroidi comportano un aumento dell’assorbimento di glutammina da parte dell’intestino.

Benefici della glutammina in relazione alla salute intestinale

Tre studi verificati hanno dimostrato i benefici della glutammina in relazione alla salute intestinale. Più di trenta soggetti adulti in sovrappeso hanno assunto glutammina per due settimane; in questo trial è stato osservato un miglioramento del bilanciamento del microbiota intestinale, per cui si può concludere che il ricorso alla glutammina è un valido supporto nel ristabilire con successo le condizioni favorevoli della flora intestinale.

Allo stesso modo, 10 maschi attivi sono stati trattati con glutammina o placebo prima di praticare esercizi fisici intensi. Il risultato di questo trial è una minore permeabilità gastrointestinale dopo la pratica sportiva. Nota come “leaky gut” (sindrome da alterata permeabilità intestinale) è correlata a vari disturbi digestivi, che vengono attenuati grazie all’assunzione di questo aminoacido.

Inoltre, in uno studio più ampio su 106 pazienti con sindrome dell’intestino irritabile, è stata somministrata glutammina o placebo, riducendo il livello di gravità della loro patologia intestinale fino a 50 punti.

Sono emersi altri benefici della glutammina:

  • Migliora la funzione immunitaria.
  • Diminuisce l’accumulo di ammoniaca nel sangue di atleti professionisti.
  • Riduce il dolore muscolare dopo l’esercizio fisico.
  • Permette di mitigare la mucosite causata dalla chemioterapia e dalla radioterapia nei pazienti oncologici.
  • Allevia i sintomi nei pazienti con anemia falciforme.
  • Stimola la funzionalità del sistema nervoso centrale.

L’ozonoterapia come terapia complementare nelle malattie oncologiche

Prima di approfondire l’argomento, è importante sottolineare che l’ozonoterapia non deve mai sostituire nessun’altra terapia oncologica. Pertanto deve essere sempre usata come adiuvante nella cura delle malattie oncologiche. Basandosi su questo assioma, è stato osservato che il trattamento con ozono medicale nell’organismo rallenta il processo di sviluppo tumorale.

Ozonoterapia e oncologia

Le ricerche relative all’ozono sono iniziate negli anni ’70 in modelli animali affetti da cancro. Oggigiorno, l’ozonoterapia è applicata come adiuvante nella lotta contro il cancro. È stato infatti dimostrato che l’ozono ha un effetto ossigenante sulle cellule tumorali, ritardando quindi la progressione delle neoplasie. Grazie a questa medicina alternativa è possibile ottenere:

  • L’aumento del flusso sanguigno.
  • L’ossigenazione del tessuto lesionato.
  • La regolazione metabolica e la diminuzione dell’acidosi lattica.
  • L’incremento del livello di antiossidanti.
  • La produzione transitoria di ossidazione che interessa le cellule tumorali ma non le cellule sane.
  • La diminuzione dei processi infiammatori.

Effettivamente, esistono studi realizzati in pazienti con diagnosi di cancro al seno trattati con ozonoterapia i cui risultati indicano un notevole miglioramento di vari parametri immunologici (immunomodulazione del sistema difensivo). Se si tiene conto che uno dei fattori chiave tumorali è l’infiammazione causata dagli ossidanti, la quale favorisce i processi oncologici, è possibile affermare che la somministrazione di ozono sull’organismo ne attenua l’evoluzione.

Pertanto, si conclude che il ricorso all’ozonoterapia è un elemento complementare efficace non solo per ridurre gli effetti collaterali dei trattamenti antitumorali come la chemioterapia e la radioterapia, ma anche per migliorare la qualità della vita dei pazienti potenziando il loro sistema immunitario.

Riconoscimento allo studio sull’utilizzo dell’ozonoterapia applicata al cancro

In tal senso, l’Ospedale Universitario di Gran Canaria ha ricevuto un riconoscimento per lo studio condotto dai suoi medici specialisti delle Unità di Ricerca e Dolore Cronico sui benefici dell’ozono nella gestione della tossicità dei trattamenti oncologici.

Questo studio si basa essenzialmente sull’evidenza scientifica della terapia oncologica con O3T. La ricerca ha rivelato che le cellule cancerogene presenti nei tumori mammari, polmonari e uterini sono inibite in vitro dalla terapia O3T.

In breve, anche se devono ancora essere condotte diverse ricerche, è possibile affermare che il trattamento con ozono ha effetti positivi sull’inibizione delle cellule tumorali polmonari, mammarie e uterine.

Mantenere le cellule giovani grazie all’autofagia

Ogni cellula del corpo contiene proteine e altri componenti che attendono a funzioni metaboliche cruciali, dalla regolazione della stessa funzione cellulare alla semplificazione delle reazioni biochimiche.

In giovane età, il nostro meccanismo cellulare interno e il suo processo di degradazione e di riciclo dei componenti cellulari integrato (autofagia) operano al massimo dell’efficienza. Ciò consente alle cellule di recente costituzione di eliminare le loro scorie metaboliche.

Letteralmente, dal greco “autofagia” significa mangiare sé stesso. In questo processo catabolico, la cellula degrada e ricicla i componenti citoplasmatici e gli organelli danneggiati e invecchiati.

Il normale processo di autofagia supporta il regolare funzionamento dei tessuti e garantisce il benessere generale.

Ma l’invecchiamento dell’organismo e la cattiva alimentazione contribuiscono a ridurre l’efficienza di questo processo essenziale. 

Quando si verifica un rallentamento di questo meccanismo, le tossine e i prodotti di scarto metabolici si accumulano. Tale rallentamento compromette l’ottimizzazione della funzione cellulare.

Ne risulta una diminuzione repentina della salubrità e della funzione cellulare. Tale riduzione del processo autofagico è stata collegata a molte patologie correlate all’invecchiamento. 

Metodologie di stimolazione dell’autofagia

La ricerca ha dimostrato che durante i periodi di digiuno intermittente o di restrizione calorica, quando i nutrienti sono scarsi, le cellule attivano autonomamente il processo autofagico. Anche l’esercizio fisico stimola nelle cellule l’autofagia. 

A livello cellulare, due proteine regolatrici giocano un ruolo chiave nel controllo dell’autofagia: mTOR e AMPK.

La proteina mTOR agisce come regolatore biomolecolare del metabolismo. Quando l’apporto calorico è elevato e i nutrienti sono abbondanti la proteina mTOR si attiva e inibisce il processo autofagico.

 L’inibizione dell’eccesso dell’attività della proteina mTOR, per contro, può comportare un aumento del processo autofagico (degradazione degli scarti cellulari).

In altri termini, il consumo costante di calorie nega alle cellule che invecchiano la capacità di degradare i propri componenti di scarto mediante l’autofagia.

 Il digiuno ininterrotto da 16 a 18 ore può facilitare il processo autofagico, ma la maggior parte delle persone necessita di un supporto complementare sotto forma di nutrienti che sopprimono l’eccesso di mTOR.

La proteina AMPK funge da attivatrice del processo autofagico. È stato dimostrato che la stimolazione dell’AMPK migliora la salute metabolica e la durata del ciclo vitale delle nostre cellule.

Due sostanze nutrienti che stimolano l’autofagia

Grazie a queste nozioni, i ricercatori hanno cercato di individuare metodi efficaci per stimolare il processo autofagico individuando, a tal proposito, due sostanze nutrienti: il flavonoide luteolina e la piperlongumina,

La luteolina appartiene al gruppo dei flavonoidi, sostanze nutrienti di origine vegetale. È presente in vari frutti, verdure come i broccoli ed erbe come prezzemolo, camomilla, timo, dente di leone, sedano o equiseto.

È stato dimostrato che la luteolina aumenta l’attività della AMPK e inibisce la segnalazione della mTOR. Questo effetto attiva l’autofagia e di conseguenza migliora il metabolismo cellulare.

La piperlongumina è un componente isolato dalla pianta del pepe lungo.

Come la luteolina, la piperlongumina ha dimostrato in ricerche condotte su colture cellulari e su animali di attivare l’autofagia inibendo la segnalazione della mTOR e attivando l’AMPK. 

Ma la piperlongumina stimola l’autofagia in un modo diverso dalla luteolina.

Una proteina denominata beclin-1 è un importante attivatore del processo autofagico.
Un’altra proteina, denominata Bcl-2, si lega alla proteina beclin-1 e inibisce la sua capacità di innescare l’autofagia.

La piperlongumina innesca il rilascio della proteina beclin-1 e inibisce la Bcl-2, il che consente di innescare l’autofagia.

Pertanto, la luteolina e la piperlongumina sono particolarmente promettenti al fine di massimizzare il processo autofagico corretto, ringiovanire le cellule e mantenere una funzione cellulare ottimale.

Il DAO e gli effetti di una sua carenza

L’enzima Diamino Ossidasi (DAO) è l’enzima principale che metabolizza l’istamina la quale si genera dall’ingestione di alimenti o che proviene dagli stessi. L’istamina è presente riccamente in molti alimenti come i formaggi stagionati, le fragole, i pomodori, ecc., o perché, gli stessi alimenti, sono in cattive condizioni di conservazione a causa della rottura della catena del freddo come accade nei prodotti ittici; questa condizione è ideale per generare notevoli quantità d’istamina.

Per tale motivo la carenza di DAO può essere la causa di numerosi problemi di salute e disturbi. Quando è in corso una disfunzionalità nella produzione di questo enzima si verifica un’alterazione del metabolismo. Le conseguenze sono malesseri di varia natura che possono condurre a condizioni di inabilità e a congedi per malattia.

SI PUÒ SOFFRIRE DI QUESTO PROBLEMA SENZA SAPERLO

Il DAO, è purtroppo attualmente sotto i riflettori poiché è legato a un numero infinito di patologie, che vanno dall’estrema secchezza della cute all’insorgere di emicranie.

Oggigiorno è relativamente agevole identificare questa carenza, dato che si possono manifestare diversi tipi di intolleranze come al lattosio o alle noci. Tuttavia, se non prestiamo attenzione a questi sintomi, più tipici di un’intolleranza che di un’allergia, scoprire che soffriamo di questo deficit funzionale DAO nell’intestino può rivelarsi, con il trascorrere del tempo, estremamente laborioso e complicato.

I disturbi e i sintomi legati alla carenza di DAO sono i seguenti:

– Mal di testa

– Emicranie

– Costipazione

– Diarrea

– Intestino irritabile

– Gonfiore addominale

– Secchezza cutanea

– Flatulenza

– Eczema

– Psoriasi

– Dermatiti

-Dolori osteo-articolari

-Dolori muscolari

– Crampi

– Fibromialgia

– Sindrome da fatica cronica

– Nei bambini e negli adolescenti può provocare l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione Iperattività) e vomito ricorrente.

Questi disturbi, fino a relativamente pochi anni fa, erano trattati con protocolli che non prendevano in considerazione il deficit di DAO. Oggigiorno, fortunatamente, numerosi studi clinici realizzati in collaborazione con neurologi e gastroenterologi, unitamente a esperti in nutrizione e dietetica, sono stati in grado di dimostrare che questo deficit è la causa o uno dei fattori scatenanti di questi problemi.

Il 20% della popolazione soffre degli effetti negativi della carenza di DAO. Inoltre, una rigorosa ricerca ha dimostrato che l’87% dei pazienti sofferenti di emicrania presentano questo deficit e la cosa più sorprendente è che il 90% di loro è stato trattato introducendo l’enzima DAO nella loro dieta ottenendo risultati sorprendenti che hanno determinato la riduzione o addirittura la soppressione della terapia farmacologica.

Le cause non sono ben determinate, in quanto sembra che vi sia una certa predisposizione genetica, ma è stato anche dimostrato che è la carenza di DAO è determinata dall’ingestione di taluni farmaci o da processi infiammatori.

Tutti abbiamo notato persone vicine a noi, che dopo un pasto e dopo aver bevuto solo un po’ di vino, si ritrovano con le guance arrossate o con un incombente rinorrea come se si trattasse di un raffreddore.

È molto probabile che queste persone non stiano manifestando un’intolleranza, ma che soffrano degli effetti della carenza di DAO.

TEST KINESIOLOGICO

Per effettuare il test Kinesiologico, è possibile utilizzare le fiale di istamina e DAO presenti nel kit per le allergie. È molto conveniente identificare i sintomi già descritti nel nostro paziente e vedere se sussiste un problema prioritario di istamina e anche di intolleranze alimentari, idrato di potassio a D30 o il complementare Ca-Mg-fosfato.

Quindi, a partire da questa condizione, con un RA fisso e prioritario, se la fiala DAO elimina quel RA, sarà evidente che è presente un problema dovuto alla carenza di questo enzima.

CONSIGLI ALIMENTARI

  • Bere abbondante acqua durante la giornata
  • Mangiare molta frutta, ortaggi e verdura che contengano poca istamina e possono quindi essere ben tollerati da chi è affetto da carenza di DAO
  • Limitare l’assunzione di banane, cioccolato, agrumi, cibi fermentati come i crauti
  • Aumentare l’assunzione di nutrienti come vitamina C e B6 (pistacchi, patate non fritte, peperoni)
  • Le cipolle, i porri e l’erba cipollina sono alimenti estremamente benefici
  • Evitare il consumo di bevande alcoliche, aceto di vino, prodotti di soia fermentati, frutta e verdura in scatola, in vaso e pre confezionata; dolci.
  • Oli vegetali, verdure, patate non fritte sono benefici, grazie alla possibilità di utilizzare spezie
  • Consumare prodotti freschi, non surgelati o da riscaldare.

L’influenza esercitata dal microbiota nasale sul grado di gravità del raffreddore

I ricercatori hanno accertato che la composizione microbica dei batteri che popolano la cavità nasale influisce notevolmente sul tipo e sulla gravità dei sintomi associati al raffreddore.

Per esempio, una ricerca ha dimostrato che le persone la cui cavità nasale contiene prevalentemente batteri stafilococchi manifestano sintomi più gravi rispetto ad altre persone, come anche emerge chiaramente da nuovi studi, sebbene, i raffreddori siano riconducibili allo stesso identico ceppo di virus.

I ricercatori hanno riscontrato la presenza nei volontari di sei diversi tipi di microbioti, in base ai batteri predominanti in questa specifica area dell’organismo, per cui i partecipanti allo studio sono stati divisi in sei differenti modelli. I diversi modelli sono stati associati a differenti livelli di gravità dei sintomi. Inoltre, è stato riscontrato che le combinazioni in questione si correlano alla carica virale e alla quantità di virus del raffreddore presente nell’organismo.

La scoperta ha stupito anche i ricercatori specializzati più esperti coinvolti nella ricerca. “La prima sorpresa è rappresentata dalla possibilità di identificare queste diverse categorie in cui è possibile inserire le persone e successivamente riscontrare che le rispondenze appaiono essere importanti per definire il modo in cui si reagisce al virus, anche nel grado di severità della patologia”. Come ha affermato il ricercatore Ronald B. Turner, della facoltà di medicina dell’Università della Virginia. “Ha influito sulla carica virale e sulla quantità di virus che è stata eliminata nelle secrezioni nasali. Pertanto, il microbiota di base, il modello batterico nasale di base, ha influenzato sia il modo in cui ogni volontario ha reagito al virus sia ha inciso sulla gravità dell’iter patologico”.

Il ruolo dei microrganismi nella cavità nasale

I microrganismi che popolano le narici non provocano il raffreddore. Tale patologia è ovviamente causata dal virus del raffreddore. I ricercatori non sono ancora in grado di affermare se sono i microrganismi presenti nelle narici ad essere realmente responsabili delle diversità di gravità dei sintomi, o se questo è dovuto al fatto che sussiste una qualche caratteristica di base dell’ospite che lo rende predisposto alla presenza di stafilococchi nel naso e che lo rende anche più suscettibile di ammalarsi. Ciò appare molto probabile, ma sarebbero necessarie ulteriori ricerche per determinarlo.

Riportiamo comunque che questa associazione e correlazione già citata esiste, per cui è molto probabile che una maggiore percentuale di stafilococchi nelle narici provochi un aumento dei sintomi, ma che la causa scatenante sia un’altra.

Ad esempio, i geni del soggetto possono essere responsabili sia della composizione del microbiota nasale sia della reazione manifestata al virus del raffreddore. Oppure la questione può essere molto più complessa di così. “Non so se esistono caratteristiche ambientali che influenzano il soggetto, se è maggiormente esposto all’inquinamento o se è allergico o se altre, diverse, circostanze possono incidere”, ha dichiarato Turner. “Ma sospetto che esista una certa interazione tra l’ospite, l’ambiente e l’agente patogeno che determina in quale microbiota è destinato a collocarsi”.

I ricercatori hanno testato 152 microbioti nasali dei partecipanti allo studio prima e dopo aver veicolato il virus del raffreddore, escludendo la possibilità che il virus o la patologia risultante alterasse in modo significativo la composizione degli stessi.

I probiotici possono abbreviare la durata di un raffreddore?

Turner e i suoi colleghi volevano capire se somministrare alle persone probiotici (batteri benefici) poteva contribuire a migliorare i sintomi del raffreddore o influenzare la composizione dei loro microbioti. La risposta? No.

A tale scopo, i ricercatori hanno somministrato ai partecipanti allo studio un probiotico per via orale. Non solo non ha influenzato i batteri componenti il microbiota nelle cavità nasali, ma non ha nemmeno sortito un effetto significativo sui batteri del microbiota gastrico. “Possiamo rilevare il probiotico nell’intestino con estrema frequenza. Non ovunque e sempre, ma piuttosto spesso”, ha dichiarato Turner. “Non ha realmente influenzato in modo significativo il modello microbiotico intestinale.”

È possibile che la somministrazione di un probiotico direttamente nel naso e attraverso uno spray abbia più effetto. Ma Turner, che da decenni conduce ricerche sul virus del raffreddore, è scettico sul fatto che possa apportare una differenza significativa.

Al termine dello studio ha lanciato una possibile ipotesi di ricerca “Una delle cose che sarebbe interessante chiedersi, e questo sarebbe uno studio completamente diverso, è: cosa succede se si somministrano antibiotici? È possibile modificare la flora batterica presente a livello nasale somministrando antibiotici? Facendo questo si ottengono risultanze positive o negative? Sono tutte incognite.”

I ricercatori hanno pubblicato i loro risultati sulla rivista Scientific Reports.

Nasal microbiota clusters associate with inflammatory response, viral load, and symptom severity in experimental rhinovirus challenge. Scientific Reports, 2018; 8 (1) DOI: 10.1038/s41598-018-29793-w

Stress e salute

Uno stile di vita stressante in cui si dedica poco tempo a sé stessi può alterare il delicato equilibrio dell’organismo. In questo contesto, sussistono fattori scatenanti fondamentali che non si limitano alla sola attività lavorativa. Non avere abbastanza tempo da dedicarsi è di per sé uno dei principali motivi di insoddisfazione che possono determinare un grave squilibrio ormonale.

La collera e l’insoddisfazione provocano un effetto devastante sull’organismo, inducendo la produzione di una quantità eccessiva di adrenalina e noradrenalina rispetto alla secrezione normale prodotta dalle ghiandole surrenali e veicolata nel flusso sanguigno. Di conseguenza, e se questa condizione non è cronicizzata, tale squilibrio ormonale incrementa la frequenza e l’intensità del battito cardiaco, aumenta la pressione arteriosa e comprime i vasi sanguigni delle ghiandole, in particolare della porzione escretrice, annesse all’apparato digerente. Inoltre, riducendo il flusso dei succhi digestivi, compresi i succhi gastrici e la bile, si rallentano i movimenti intestinali quindi la capacità di assorbimento degli alimenti inibendo l’escrezione di urina e feci, cioè, in buona sostanza, si determinano stati costipativi.

Tale condizione comporta, tra l’altro, la non corretta funzionalità dell’apparato digerente, impedendo di fatto la corretta digestione degli alimenti, di conseguenza, favorendo l’accumulo di una notevole quantità di sostanze di scarto nell’organismo. Ciò determina un effetto congestizio sulla risposta allo stress causando un notevole malessere a livello cellulare che l’organismo percepisce come disordine psicologico.

È noto, grazie a una serie di ricerche, che lo stress cronico, o meglio l’incapacità di controllare tale stato, è il responsabile del 90% circa delle patologie comunemente indicate come psicosomatiche. Per ovviare a tale problematica si rende necessario non solo un’accurata depurazione a livello emuntorio (reni, fegato, intestino) e un ristabilimento dell’equilibrio della flora intestinale, ma è anche imprescindibile prevedere un trattamento che concorra a migliorare il rilassamento psicologico e che rafforzi il nostro autocontrollo emotivo.

Test stress cronico

In kinesiologia è possibile dimostrarlo mediante un test diagnostico utilizzando un kit per il sistema endocrino dove è contenuta una fiala della cosiddetta sostanza P, un neurotrasmettitore coinvolto nell’aumento della risposta infiammatoria e nella regolazione della risposta allo stress e all’ansia. Questo neuropeptide è implicato nella permeabilità cellulare. In presenza di uno stimolo da stress, potenzialmente tossico o dannoso per l’organismo, e in condizioni di funzionalità fisiologica ottimale, la sostanza P si attiva, impedendo il transito delle tossine nella Barriera Emato-encefalica (BEE) quindi evitando che raggiungano il cervello danneggiandolo.

È possibile, inoltre, avvalorare questa diagnosi testando la fiala di cortisolo che normalmente risulterà in percentuale più significativa rispetto ai parametri standard nelle fasce pomeridiane e serali, impedendo così un corretto riposo.

Una risposta positiva e prioritaria a queste sostanze nel test rappresenterebbe un vero e proprio ostacolo al controllo dell’ansia e dello stress da parte del paziente e, di conseguenza, comporterebbe anche la possibilità di favorire a lungo termine i processi infiammatori e le malattie degenerative metaboliche e cancerogene.

Pertanto, nel trattamento che dobbiamo instaurare a livello depurativo dobbiamo anche affiancare un cambiamento di abitudini e un percorso che conduca a un rilassamento psicologico e soprattutto che incentivi l’autocontrollo emotivo prevedendo diverse terapie di rilassamento e pratiche come la meditazione, lo yoga, l’esercizio fisico, l’ascolto di musica rilassante, ecc.

Le piante medicinali e la loro raccolta

Scopriremo in questo capitolo gli aspetti salienti delle piante medicinali che utilizziamo così frequentemente nelle nostre terapie. Il valore terapeutico di queste piante è senza alcun dubbio dovuto alla presenza di una sostanza chimica, il cosiddetto principio attivo, contenuto nella loro struttura, che genera un effetto fisiologico sull’uomo.

Molti di essi sono estremamente complessi e alcuni sono sconosciuti nella loro natura chimica, mentre altri principi sono stati isolati, purificati, persino sintetizzati o duplicati.

Principi attivi

Solitamente sono ammessi in base alla seguente, consueta, classificazione suddivisa in sei categorie.

Alcaloidi

Costituiscono un gruppo di composti alcalini con una marcata attività fisiologica. Gli alcaloidi comprendono morfina, cocaina, nicotina, chinino, ecc. Ne sono stati identificati più di 5000.

Più del 90% degli alcaloidi si rinvengono nelle piante con infiorescenze.

Glucidi

Sono composti che, una volta idrolizzati, producono un complesso di uno o più zuccheri, come il saccarosio, il maltosio o il lattosio chiamati disaccaridi, in quanto presentano due molecole di monosaccaridi legate tra loro, oppure il glicogeno o l’amido che contengono un gran numero di monosaccaridi (polisaccaridi). Esistono inoltre oligosaccaridi formati da 2-10 monosaccaridi legati tra loro.

Quando non sono idrolizzati si chiamano monosaccaridi, come esempi potremmo menzionare il glucosio, il fruttosio e il ribosio.

Oli essenziali

Gli oli essenziali, di solito, contengono diversi componenti chimici, principalmente derivati dal terpene o da composti aromatici.

Di rado sono costituiti da un unico componente, ma spesso contengono alcoli, chetoni, aldeidi, fenoli, eteri, esteri e altri composti, oltre ad azoto e zolfo. Sono preziosi carminativi, antitussivi, antisettici orali ideali per gargarismi, spray e unguenti.

Gomme e resine.

Le gomme sono polimeri di vari, particolari, zuccheri. Le resine, invece, sono derivati dall’ossidazione degli oli essenziali. Ambedue sono utilizzate come lassativi.

Oli lipidici

Sono esteri degli acidi grassi, che vengono utilizzati nelle emulsioni e come lassativi

Sostanze antibiotiche

Sono composti organici complessi prodotti generalmente da funghi e batteri attinomiceti, capaci, in piccole quantità, di inibire i processi vitali dei microrganismi. La parola antibiotico deriva dal greco e corrisponde all’unione di due parole: contro (anti) la vita (biòs).

Ciò è esplicitato dalla loro attività inibitoria o distruttiva dei processi vitali della cellula dove interagisce il metabolismo. La prima sostanza antibiotica scoperta è stata la penicillina, e tuttora, è considerata una delle più importanti.

Raccolta delle piante

Se ci servono piccole quantità di piante, si ricorre alle piante selvatiche. Se però sono necessarie grandi quantità, si ricorre alla coltivazione; di norma è necessario, nella raccolta, osservare quanto segue:

  • Riconoscere alla perfezione la pianta da raccogliere.
  • La conoscenza del suo habitat, della struttura della pianta, che può variare nei diversi periodi e fasi della sua vita, è fondamentale.
  • Assicurarsi che la pianta on sia stata concimata o trattata con insetticidi, non raccogliere nelle vicinanze di autostrade, strade o sentieri di montagna. Le piante devono essere raccolte in zone isolate, lontane dall’inquinamento causato dal traffico o da sostanze chimiche.
  • Prima di raccogliere una pianta, controllare la consistenza, la stagione di fioritura, il colore, la forma, le dimensioni, nonché eventuali segni identificativi, come ad esempio un aroma specifico.
  • Non raccogliere piante troppo secche o troppo umide.
  • Scegliere, per la raccolta, una giornata limpida e soleggiata, il momento migliore è al mattino, una volta evaporata la rugiada. Ovvero, mai nelle prime ore del mattino o al tramonto.

Per le parti verdi che producono carboidrati, è consigliabile raccoglierle al mattino, poiché la sintesi avviene solo durante il giorno, nelle prime ore del mattino, quando la quantità di questi prodotti inattivi è più bassa. Ciò costituisce un arricchimento del preparato in principi attivi. Raccogliere solo parti in salute.

Occorre prestare particolare attenzione se sono presenti muffe, marciumi, parassiti o lumache. Separare dalla pianta qualsiasi foglia, piccola incisione, terra o pietrisco residuo, ma non lavarla (eccetto le radici e solo in alcuni casi).

Il momento migliore per la raccolta dipende dalla pianta, ma è consigliabile quando ha il maggior contenuto di principi attivi: radici e rizomi vengono raccolti in autunno, quando i processi vegetali sono cessati e nel suo secondo anno, se la pianta è biennale.

Parti della pianta da cui ricavare i principi attivi

  • La corteccia in primavera prima dell’inizio dei processi vegetativi.
  • Le foglie quando la fotosintesi è più attiva, cosa che di solito avviene al momento della fioritura, prima che i frutti e i semi maturino.
  • I fiori al momento della loro totale fioritura, scegliendo il momento della giornata in cui sono più sviluppati; va tenuto presente che dopo la fecondazione il colore si altera e il loro aroma si riduce, pertanto, il momento migliore per raccoglierli è prima dell’impollinazione.
  • I frutti prima o dopo il periodo di maturazione, cioè quando sono completamente sviluppati, ma non maturi, tranne in alcuni casi come l’anice o il finocchio.
  • I semi a piena maturazione, ma se possibile prima che i frutti siano deiscenti

Testare le piante

Per determinare quali piante sono adatte a qualsiasi tipo di sintomo e malattia, si può utilizzare un test generale fitoterapico, e per le problematiche specifiche femminili si può utilizzare un test delle piante medicinali appositamente dedicato, che può contribuire a superare molti disturbi legati alla menopausa o alle mestruazioni.

Disidratazione e sovrappeso

L’equilibrio idrico dell’organismo è un elemento fondamentale nel benessere delle persone, molte patologie sono riconducibili a tale circostanza, infatti, una delle verifiche che viene effettuata come pre-test prima di eseguire il test kinesiologico è quella di accertare se l’organismo è idratato o meno, questa verifica è effettuata tirando leggermente i capelli del paziente e osservando se sussiste una risposta RA (Arm Reflex), in caso la risposta sia positiva emerge una condizione organica di disidratazione.

Il corretto equilibrio idrico organico è un aspetto fondamentale dello stato di salute. Curiosamente, la disidratazione è spesso legata al sovrappeso. Uno dei motivi per cui così tante persone soffrono di scarsa idratazione e disidratazione è l’elevato consumo di bevande gassate contenenti sostanze stimolanti come le bevande a base di cola, caffè, tè e altre bibite analcoliche. Queste persone utilizzano questi tipi di bevande come opzione principale per dissetarsi.


Le bevande citate in precedenza sono tutte considerevolmente diuretiche e quindi stimolano la minzione. Ad esempio, la teina presente nel tè o la caffeina contenuta nel caffè sono neurotossine che l’organismo raccoglie e cerca di eliminare non appena ne avverte la presenza, tramite via ematica; tale operazione provoca l’intossicazione dell’organismo.


Il modo migliore per scartare queste tossine dal sangue è quello di incrementare il consumo di acqua, diluendole e facilitandone la loro eliminazione tramite l’urina. Non va sottovalutata l’importanza di idratarsi con una quantità sostanziale di acqua, tra i tre quarti di litro e un litro e mezzo a seconda della persona e delle circostanze. Come è noto l’organismo è costituito da un’alta percentuale di acqua che varia tra il 70 e l’80% a seconda dell’età della persona; una percentuale analoga a quella contenuta nel nostro pianeta.


Ognuna delle decine di miliardi di cellule dell’organismo dipende da questo fluido purificante che dialoga con le cellule e che dona la vita; è estremamente importante e svolge innumerevoli funzioni come l’attivazione di migliaia di reazioni enzimatiche.


Spesso le cellule disidratate per proteggersi dalla perdita d’acqua rendono le loro membrane virtualmente impermeabili alla dispersione attirando al contempo i lipidi in eccesso, compreso il colesterolo. È semplicemente un meccanismo di sopravvivenza, ma con conseguenze molto gravi a lungo termine. Nelle persone fortemente disidratate tale impermeabilizzazione impedisce alle scorie metaboliche di fuoriuscire dalle cellule con conseguenze molto gravi, poiché alcune potrebbero mutare in cellule cancerose per sopravvivere all’ambiente tossico.

Inoltre, la disidratazione suscita il desiderio di alimenti salati, per questo motivo i prodotti con sale aggiunto sono così irresistibili, come popcorn, patatine fritte e snack vari. Questi alimenti, come sappiamo, sono tra i principali responsabili dell’aumento di peso e dell’obesità. I reni necessitano di trattenere questo prezioso liquido captando una quantità sufficiente di sale o di sodio e lo fanno sfruttando i sali immagazzinati nell’organismo. Questa condizione, a sua volta, amplifica gli effetti di un organismo già disidratato.


Poiché il corpo trattiene sempre più acqua o umidità attraverso l’assunzione di cibo, l’acqua si accumula nel fluido esterno delle cellule poiché, come abbiamo detto prima, le membrane impermeabili delle cellule non sono in grado di assorbire l’acqua di cui hanno così tanto bisogno.

Se questa situazione si cronicizza, dopo molti anni possiamo invertire la tendenza solo gradualmente. Un apporto repentino di acqua può causare congestione linfatica, infiammazione e talvolta persino la morte. Questa condizione è denominata “avvelenamento da acqua”, un disturbo potenzialmente grave delle funzioni cerebrali che si verifica quando il normale equilibrio elettrolitico dell’organismo crolla a causa della rapida assunzione di acqua.

È preferibile procedere gradualmente da una grave disidratazione a una reidratazione avvalendosi della consulenza di un operatore sanitario.


Sia l’acqua che i sali sono assolutamente necessari per equilibrare il metabolismo idrico e per generare sufficiente energia idroelettrica per preservare l’attività cellulare. Bere acqua ed eliminare le bevande stimolanti e debilitanti sono generalmente il primo passo nel trattamento di qualsiasi patologia. In taluni casi sarà sufficiente un’adeguata idratazione e riposo.

Disidratazione e sovrappeso

L’equilibrio idrico dell’organismo è un elemento fondamentale nel benessere delle persone, molte patologie sono riconducibili a tale circostanza, infatti, una delle verifiche che viene effettuata come pre-test prima di eseguire il test kinesiologico è quella di accertare se l’organismo è idratato o meno, questa verifica è effettuata tirando leggermente i capelli del paziente e osservando se sussiste una risposta RA (Arm Reflex), in caso la risposta sia positiva emerge una condizione organica di disidratazione.

Il corretto equilibrio idrico organico è un aspetto fondamentale dello stato di salute. Curiosamente, la disidratazione è spesso legata al sovrappeso. Uno dei motivi per cui così tante persone soffrono di scarsa idratazione e disidratazione è l’elevato consumo di bevande gassate contenenti sostanze stimolanti come le bevande a base di cola, caffè, tè e altre bibite analcoliche. Queste persone utilizzano questi tipi di bevande come opzione principale per dissetarsi.


Le bevande citate in precedenza sono tutte considerevolmente diuretiche e quindi stimolano la minzione. Ad esempio, la teina presente nel tè o la caffeina contenuta nel caffè sono neurotossine che l’organismo raccoglie e cerca di eliminare non appena ne avverte la presenza, tramite via ematica; tale operazione provoca l’intossicazione dell’organismo.


Il modo migliore per scartare queste tossine dal sangue è quello di incrementare il consumo di acqua, diluendole e facilitandone la loro eliminazione tramite l’urina. Non va sottovalutata l’importanza di idratarsi con una quantità sostanziale di acqua, tra i tre quarti di litro e un litro e mezzo a seconda della persona e delle circostanze. Come è noto l’organismo è costituito da un’alta percentuale di acqua che varia tra il 70 e l’80% a seconda dell’età della persona; una percentuale analoga a quella contenuta nel nostro pianeta.


Ognuna delle decine di miliardi di cellule dell’organismo dipende da questo fluido purificante che dialoga con le cellule e che dona la vita; è estremamente importante e svolge innumerevoli funzioni come l’attivazione di migliaia di reazioni enzimatiche.


Spesso le cellule disidratate per proteggersi dalla perdita d’acqua rendono le loro membrane virtualmente impermeabili alla dispersione attirando al contempo i lipidi in eccesso, compreso il colesterolo. È semplicemente un meccanismo di sopravvivenza, ma con conseguenze molto gravi a lungo termine. Nelle persone fortemente disidratate tale impermeabilizzazione impedisce alle scorie metaboliche di fuoriuscire dalle cellule con conseguenze molto gravi, poiché alcune potrebbero mutare in cellule cancerose per sopravvivere all’ambiente tossico.

Inoltre, la disidratazione suscita il desiderio di alimenti salati, per questo motivo i prodotti con sale aggiunto sono così irresistibili, come popcorn, patatine fritte e snack vari. Questi alimenti, come sappiamo, sono tra i principali responsabili dell’aumento di peso e dell’obesità. I reni necessitano di trattenere questo prezioso liquido captando una quantità sufficiente di sale o di sodio e lo fanno sfruttando i sali immagazzinati nell’organismo. Questa condizione, a sua volta, amplifica gli effetti di un organismo già disidratato.


Poiché il corpo trattiene sempre più acqua o umidità attraverso l’assunzione di cibo, l’acqua si accumula nel fluido esterno delle cellule poiché, come abbiamo detto prima, le membrane impermeabili delle cellule non sono in grado di assorbire l’acqua di cui hanno così tanto bisogno.

Se questa situazione si cronicizza, dopo molti anni possiamo invertire la tendenza solo gradualmente. Un apporto repentino di acqua può causare congestione linfatica, infiammazione e talvolta persino la morte. Questa condizione è denominata “avvelenamento da acqua”, un disturbo potenzialmente grave delle funzioni cerebrali che si verifica quando il normale equilibrio elettrolitico dell’organismo crolla a causa della rapida assunzione di acqua.

È preferibile procedere gradualmente da una grave disidratazione a una reidratazione avvalendosi della consulenza di un operatore sanitario.


Sia l’acqua che i sali sono assolutamente necessari per equilibrare il metabolismo idrico e per generare sufficiente energia idroelettrica per preservare l’attività cellulare. Bere acqua ed eliminare le bevande stimolanti e debilitanti sono generalmente il primo passo nel trattamento di qualsiasi patologia. In taluni casi sarà sufficiente un’adeguata idratazione e riposo.

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